Benjamin Netanyahu è arrivato a New York questa settimana per parlare alle Nazioni Unite. La città ha risposto con un muro di persone.
Per ore, i manifestanti hanno affollato le strade intorno all’ONU, cantando, marciando e rifiutandosi di lasciare che la visita passasse come l’ennesima occasione per una foto diplomatica. Il loro messaggio è stato netto: non può esserci normalità nei rapporti con un governo accusato da esperti internazionali, organizzazioni per i diritti umani e un numero crescente di stati di compiere un genocidio a Gaza.
La posta in gioco va ben oltre Manhattan. Le proteste segnano un momento di svolta nella lunga battaglia sulla complicità degli Stati Uniti nell’assalto di Israele contro i palestinesi—e sul diritto al dissenso in un clima politico sempre più autoritario. Mostrano che, anche dopo anni di repressione, paura e stanchezza, esiste ancora un nucleo di resistenza organizzata determinato a sfidare il potere nello spazio pubblico.
Il reportage di Mother Jones, “New Yorkers Lined the Streets Against Benjamin Netanyahu’s Visit”, coglie questo momento e gli anni di lotta che l’hanno preceduto. Capire quella storia è fondamentale per capire dove si trova oggi il movimento progressista—e cosa può succedere dopo.
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1. Come Siamo Arrivati Fin Qui: Dalle Sollevazioni di Massa alle Stretta Repressiva
Nei primi mesi della guerra di Israele contro Gaza, New York è diventata uno dei palcoscenici centrali della protesta globale.
Come racconta l’articolo di Mother Jones, tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 decine di migliaia di persone hanno invaso le strade. I manifestanti hanno bloccato ponti e tunnel. La Statua della Libertà è stata occupata per breve tempo in una potente azione simbolica, con attivisti che hanno dispiegato striscioni per chiedere un cessate il fuoco e la fine degli aiuti militari statunitensi a Israele. I campus universitari hanno visto nascere accampamenti e occupazioni di edifici; associazioni professionali e sindacati hanno iniziato a rompere decenni di silenzio.
La polizia ha risposto con arresti di massa. Centinaia di persone sono state fermate durante le proteste; gli organizzatori sono stati presi di mira; la sorveglianza si è intensificata. Ma il movimento è cresciuto comunque, alimentato dalle immagini terrificanti provenienti da Gaza e dalla chiara realtà che le armi statunitensi e la copertura diplomatica stavano rendendo possibile l’assalto israeliano.
Poi è arrivata una svolta, che Mother Jones mette in evidenza: la repressione intensificata dell’amministrazione Trump.
Dopo il ritorno di Trump alla presidenza, il governo federale si è mosso in modo aggressivo per schiacciare il movimento di solidarietà con la Palestina. Nuove politiche e azioni esecutive hanno:
– Ampliato le espulsioni e le revoche dei visti per studenti stranieri e lavoratori coinvolti nelle proteste.
– Aumentato le imputazioni federali contro gli attivisti—usando le norme su “supporto materiale” e “estremismo” in modi che, secondo i gruppi per le libertà civili, sono politicamente motivati.
– Pressato università e datori di lavoro perché licenziassero o punissero studenti, docenti e lavoratori più espliciti.
– Sostenuto nuove leggi statali che criminalizzano alcune forme di protesta, soprattutto quelle che interrompono infrastrutture o prendono di mira aziende legate alle colonie israeliane e all’apparato militare.
Il risultato è stato un effetto raggelante. Alcuni spazi di organizzazione si sono ridotti. Molte persone hanno iniziato a temere di perdere lavoro, status migratorio o borse di studio. I grandi media hanno virato verso una narrazione che dipinge l’attivismo per la Palestina come “estremista” o “pericoloso”, anche quando le proteste erano nonviolente.
Eppure, come mostra il reportage di Mother Jones, il movimento non è scomparso. Si è adattato.
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2. La Visita di Netanyahu: Un Punto di Rottura Preparato da Anni
Su questo sfondo, la visita di Netanyahu a New York nel 2026 era destinata a essere esplosiva.
È arrivato all’ONU come:
– Il premier di lungo corso che ha presieduto alla devastazione in corso a Gaza.
– Un leader sotto esame legale internazionale, incluso oggetto di indagini presso la Corte Penale Internazionale.
– L’architetto politico dell’approfondimento delle condizioni di apartheid in Cisgiordania e all’interno dello stesso Israele.
Per molti newyorkesi, la sua presenza non è stata un normale appuntamento diplomatico, ma una provocazione.
Gli organizzatori, alcuni attivi fin dai primi mesi della guerra, hanno visto la visita come un’occasione per:
– Riaffermare pubblicamente l’opposizione al genocidio e all’occupazione dopo anni di repressione.
– Richiamare l’attenzione sulla complicità degli Stati Uniti, in particolare sugli aiuti militari continuativi e sui veti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
– Mostrare solidarietà con i palestinesi che hanno subito anni di bombardamenti, assedio, sfollamenti e punizioni collettive.
Nonostante la forte presenza di polizia e il rischio concreto di arresto, migliaia di persone si sono riversate in strada. Sono arrivate dalle storiche comunità palestinesi e arabe, dai gruppi ebraici anti-occupazione, dalle reti di organizzazione Black e brown, dalle associazioni studentesche, dal mondo del lavoro organizzato e dalle coalizioni di giustizia basate sulla fede.
Il messaggio è stato chiaro: New York non ospiterà in silenzio un leader che molti considerano responsabile di atrocità di massa, né il sistema globale che lo protegge.
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3. Una Lettura Progressista: Cosa Rivelano Queste Proteste
Da una prospettiva progressista, da questo momento emergono diversi temi chiave.
a. Persistenza Sotto Repressione
I governi autoritari spesso danno per scontato che alla fine vincerà la paura. La stretta di Trump è stata pensata per rendere l’attivismo per la Palestina troppo costoso—soprattutto per migranti, studenti e lavoratori.
Le proteste intorno alla visita di Netanyahu mostrano che questa strategia ha dei limiti. Quando la violenza di stato diventa troppo palese, e quando la sofferenza umana è troppo evidente, le persone trovano comunque il modo di resistere, anche sotto minaccia. Gli organizzatori hanno cambiato tattiche, costruito reti di supporto legale più solide e rafforzato i legami tra movimenti diversi.
Questa è una delle intuizioni fondamentali del pensiero progressista: il potere non è mai assoluto. È sempre conteso.
b. Intersezionalità in Pratica
Le folle a New York non erano composte solo da “attivisti per la Palestina” in senso stretto. Includevano:
– Organizzatori Black che collegano Gaza al sistema di polizia e alla detenzione di massa negli Stati Uniti.
– Attivisti per il clima che mettono in luce la devastazione ambientale della guerra e dell’occupazione.
– Organizzatori del lavoro che contestano gli investimenti dei sindacati in produttori di armi e tecnologie di sorveglianza.
– Ebrei di sinistra che rifiutano l’idea che la loro sicurezza dipenda dallo spossessamento dei palestinesi.
Queste coalizioni riflettono una comprensione intersezionale dell’oppressione: i sistemi di militarismo, razzismo, capitalismo e colonialismo si rafforzano a vicenda. Mettere in discussione uno di questi sistemi richiede di vedere l’intero quadro.
c. Mettere in Discussione la Narrazione della “Sicurezza”
La retorica di Netanyahu all’ONU, come quella di molti funzionari statunitensi, fa leva in modo pesante sul linguaggio della “sicurezza”—il diritto di Israele a difendersi, la necessità di combattere il “terrorismo”, l’importanza della stabilità.
Le proteste all’esterno mettono in discussione questa cornice. I progressisti sostengono che:
– Una sicurezza costruita sulla dominazione non è sicurezza, ma instabilità permanente.
– La vera sicurezza richiede giustizia—la fine dell’occupazione, dell’assedio e della discriminazione sistemica.
– Il linguaggio della sicurezza viene spesso usato per giustificare violenze di massa, soprattutto contro popolazioni razzializzate e colonizzate.
Rifiutando la narrazione ufficiale, i manifestanti contestano non solo un leader, ma un’intera visione del mondo che normalizza la violenza di stato.
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4. Perché Questo Conta per la Giustizia Sociale e i Valori Progressisti
La visita di Netanyahu e le proteste non sono un episodio isolato. Cristallizzano ciò che è in gioco per i movimenti di giustizia sociale negli Stati Uniti e nel resto del mondo.
a. La Lotta Contro Genocidio e Apartheid
Se i valori progressisti significano qualcosa, devono includere l’opposizione al genocidio, alla pulizia etnica e all’apartheid ovunque si verifichino—indipendentemente dalle alleanze o dall’identità di chi li compie.
La distruzione in corso a Gaza, il blocco soffocante, lo spossessamento in Cisgiordania e la discriminazione legale all’interno di Israele non sono questioni astratte. Sono realtà quotidiane per milioni di palestinesi.
Opporsi a tutto questo non è solo “politica estera”; è una soglia morale minima.
b. Difendere il Diritto al Dissenso
La repressione dell’attivismo per la Palestina da parte di Trump fa parte di una tendenza più ampia: governi che usano la retorica sul terrorismo, le leggi anti-BDS e le restrizioni alle proteste per criminalizzare il dissenso.
Se il potere statale può mettere a tacere oggi chi parla di Palestina, domani può zittire gli attivisti per il clima, la settimana prossima gli organizzatori del lavoro e quella dopo chi difende la giustizia riproduttiva.
Difendere il diritto di protestare contro Netanyahu significa anche difendere il diritto di protestare contro gli oleodotti, le uccisioni da parte della polizia, la repressione sindacale e le deportazioni. I movimenti progressisti si rafforzano o crollano insieme su questo terreno.
c. Mettere in Discussione l’Impero Statunitense
Le proteste affrontano anche una questione più profonda: il ruolo degli Stati Uniti come potenza militare globale.
La guerra di Israele contro Gaza è stata sostenuta da:
– Miliardi di dollari in aiuti militari statunitensi.
– Bombe, artiglieria e sistemi di sorveglianza prodotti negli USA.
– Protezione diplomatica presso l’ONU e altri forum internazionali.
I progressisti sostengono che non si può essere contro il genocidio a Gaza ignorando l’impero che lo finanzia e lo protegge. La lotta per la liberazione palestinese è inseparabile dalla lotta per porre fine al militarismo statunitense e ripensare la politica estera in termini di diritti umani e autodeterminazione.
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5. Cosa Possono Fare le Persone—e Come Restare Informati
Non è necessario vivere a New York o partecipare a ogni protesta per far parte di questa lotta. Ci sono passi concreti che le persone possono compiere:
a. Sostenere gli Organizzatori e le Difese Legali
– Donare ai fondi locali per la cauzione e alle organizzazioni di difesa legale che assistono i manifestanti arrestati.
– Sostenere i gruppi e le coalizioni guidate da palestinesi che lavorano sul territorio nelle proprie città.
– Offrire competenze—traduzione, grafica, ricerca, supporto emotivo—agli spazi di movimento.
b. Fare Pressione sulle Istituzioni
– Contattare i propri rappresentanti e chiedere la fine degli aiuti militari a Israele e il sostegno alle indagini internazionali.
– Spingere sindacati, associazioni professionali e comunità di fede a prendere posizione pubblicamente e a interrompere i rapporti con le aziende che traggono profitto dall’occupazione.
– Sostenere i movimenti nei campus e contrastare le ritorsioni contro studenti e docenti.
c. Contrastare la Repressione Ovunque
– Opporsi alle nuove leggi “anti-protesta” a livello statale e federale.
– Contestare i tentativi di equiparare la critica alle politiche israeliane all’antisemitismo, rifiutando al contempo con fermezza ogni forma di odio antisemita.
– Difendere chiunque venga preso di mira per le proprie opinioni—che riguardino la Palestina, il clima, la giustizia razziale o i diritti del lavoro.
d. Restare Informati e Critici
– Leggere giornalismo indipendente e testate investigative che seguono da vicino la Palestina, la politica estera statunitense e i movimenti di protesta.
– Seguire direttamente giornalisti, studiosi e organizzatori palestinesi.
– Mettere in discussione la copertura sensazionalistica che descrive le proteste come “caos” o “estremismo” senza analizzare le questioni alla base.
L’articolo di Mother Jones è un ottimo punto di partenza per capire quest’ultimo capitolo e la traiettoria più ampia del movimento. Colloca le strade di New York dentro una lotta globale per la giustizia—e ci ricorda che la storia non è finita.
Puoi leggere l’articolo completo qui:
https://www.motherjones.com/politics/2026/09/israel-gaza-protest-netanyahu-new-york-united-nations-speech/
Foto di Clay Banks su Unsplash
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